Il tetto di vetro del Toppo

Il tetto di vetro del Toppo

Ottavio Valerio

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martedì 23 febbraio 2010

Note storico artistiche da: "E-magazine dell'Università degli Studi di Udine del 28-08-2008"

Note storico-artistiche. Il complesso si articola nel palazzo Garzolini e nella parte retrostante dell’ex istituto Toppo Wassermann. Il palazzo fu fatto costruire dal conte Marzio di Polcenigo nel 1706-1707 e divenne di proprietà della famiglia Garzolini dal 1790. Dal 1900 di proprietà del Comune, a seguito della volontà del conte Francesco Toppo il complesso ha sempre avuto una destinazione didattica con annesso collegio. Una serie di lavori sul palazzo furono eseguiti nel 1900. Seguirono un primo ampliamento nel 1909 e un secondo nel 1923, entrambi su progetto dell’architetto Provino Valle. All’interno del palazzo, di grande scenografia è lo scalone dell’atrio di ingresso che conduce al salone soprastante. Le pareti dello scalone sono coperte da affreschi con paesaggi e la decorazione prosegue con un finto loggiato e culmina con una cupola affrescata. Tutti i dipinti risalgono all’Ottocento: a Tommaso Turk è attribuita la parte prospettica della cupola, mentre a Domenico Paghino gli affreschi con i paesaggi nel ballatoio e gli stemmi, oltre che il salone centrale.

giovedì 11 febbraio 2010

Cantiere da 8 milioni a palazzo Garzolini (fonte:Il Gazzettino)

Partono i lavori di restauro di palazzo Garzolini e dell'ex istituto Toppo Wassermann, nel centro storico di Udine tra le vie Gemona e Toppo. Il complesso, di proprietà del Comune, è destinato sin dal 2002 grazie alla convenzione stipulata con l'ateneo friulano, all'insediamento della Scuola Superiore dell'Università di Udine, attualmente dislocata all'istituto Renati in via Tomadini. Palazzo Garzolini sarà recuperato e i suoi affreschi valorizzati. Il resto del complesso verrà completamente ristrutturato, mantenendo l'impianto originario, per ricavare gli spazi per lo studio e la residenza. Costo dell'opera, 8 milioni 677 mila euro, di cui 6 milioni e 535 mila euro finanziati dal Miur, 1 milione e 161 mila euro dalla Regione, la rimanente quota con fondi propri dell'Università. I lavori si concluderanno entro la fine del 2011. Il progetto è stato redatto dall'ingegner Antonio Rizzani e dall'architetto Francesca Rizzani. Impresa esecutrice sarà la Steda spa di Rossano Veneto, mentre la Direzione Lavori verrà effettuata dall'ingegner Giampaolo Poscia, capo Ripartizione tecnica dell'Ateneo.
Più consistente sarà l'intervento nell'ex istituto Toppo Wassermann, retrostante palazzo Garzolini. Qui saranno localizzate tutte le attività correlate alla Scuola Superiore dell'ateneo e alla residenza. In particolare, al primo terra saranno concentrate le funzioni culturali e didattiche, mantenendo sostanzialmente lo schema distributivo esistente. Saranno ricavati sale studio e aule riunioni, spazi ricreativi di aggregazione (sala musica, sala video, sala giochi), una palestra, un auditorium e la mensa. Il primo e il secondo piano avranno funzione residenziale, attraverso un sistema tipo albergo, con 74 camere singole, cucine collettive per la preparazione e il consumo dei pasti, e spazio internet. Ogni camera sarà dotata di bagno. Inoltre, il corpo a nord verso via di Toppo sarà destinato a un gruppo di 10 minialloggi distribuiti su due livelli e ciascuno dotato di angolo cottura e zona giorno, bagno e spazio notte. Il complesso si articola nel palazzo Garzolini e nella parte retrostante dell'ex istituto Toppo Wassermann. Il palazzo fu fatto costruire dal conte Marzio di Polcenigo nel 1706-1707 e divenne di proprietà della famiglia Garzolini dal 1790. Dal 1900 di proprietà del Comune, a seguito della volontà del conte Francesco Toppo il complesso ha sempre avuto una destinazione didattica con annesso collegio.

martedì 2 febbraio 2010

Un po' di vocaboli...

Da : Zingarelli Vocabolario della lingua italiana Zanichelli

Convitto : [vc.dotta, lat. convictu(m).da convivere 'convivere']s.m. Istituto d' istruzione e di educazione per giovani in cui si provvede anche al loro mantenimento e alloggio.

Rettore : [vc.dotta, lat. rectore(m).da rectus, part. pass. di regere 'reggere']s.m. Chi regge o è a capo di un convitto, comunità.

Censore : [vc.dotta, lat. censore(m).da censere 'censire']s.m. Nei convitti, sorvegliante della disciplina dei convittori.

Istitutore : [vc.dotta, lat. tardo institutore(m).da institutus 'istituto']s.m. Chi svolge attività educativa in collegi.

Collegio : [vc.dotta, lat. collegium(m).]s.m. Istituto di educazione e istruzione ove i giovani vivono sotto una disciplina comune.

La storia del Toppo

Convitto dal 1° ottobre 1900 al 1982

Il Collegio di Toppo Wassermann ricordato affettuosamente dai friulani e non solo come "il Toppo"" fu un convitto maschile con sede in un palazzo settecentesco di Udine in via Gemona 90. Sorto nel 1900 grazie al legato del conte Francesco di Toppo (1797-1883) che nel 1876 lasciò gran parte delle sue sostanze alla Città e alla Provincia di Udine affinché fondassero “un Istituto di istruzione maschile” che avrebbe dovuto chiamarsi di Toppo Wassermann per ricordare nel nome anche la sua prima moglie, Antonietta de Wassermann.Questo collegio quando la bicicletta a pedali era stata da poco inventata e si assisteva al Ballo Excelsior o si partiva a piedi per imbarcarsi per le Americhe era l'unica possibilità di affrancarsi, salvo il seminario, per fanciulli della Carnia, del Tarvisiano o del Contado. Ironia della sorte nel'15 il Toppo aveva già cresciuto circa 300 giovani pronti, invece per la trincea. Il Toppo diveniva Ospedale, ricovero e cura anche per chi aveva nei suoi cortili già giocato a calcio, nuovo gioco da poco arrivato dall'Inghilterra.
Fin dall'inizio è stato un riferimento per l'istruzione di tanti figli d'emigrati, sia per i giovani in difficoltà economiche o sociali che per ragazzi della borghesia e nobiltà friulana, giuliana e veneta. Tutti venivano accolti e cresciuti con la stessa attenzione, con autorevolezza e, ancor oggi gli ex allievi lo ricordano, con ferma autorità. Questo l'invito del collegio ad iscrivere i propri figli: "All'ordine ed alla disciplina si attende con particolare fermezza, volendo i giovinetti scrupolosi nell'adempimento dei loro doveri, di carattere leale e forte."
In seguito è stato casa per tanti giovani arrivati ad Udine per giocare nella squadra dell' Udinese Calcio, della Associazione Pallacanestro Udinese o per allenarsi al meglio nelle squadre cittadine di atletica leggera.
Tanti giovani studenti universitari ne godevano come risorsa lavorandovi come istitutori.
Il “Toppo” è stato un convitto fino all'anno scolastico 1981-1982 poi ne fu decisa la ristrutturazione.
L'ultimo anno ospitava circa 200 semiconvittori che frequentavano le elementari e le medie della scuola Ellero.
Al nome del Toppo Wassermann ora sono legate una via cittadina, una Biblioteca, una scuola elementare e la sede della Scuola Superiore dell’Università di Udine.

Fondazione del Collegio
Il 2 agosto 1894, alla morte di Margherita Ceconi seconda moglie del conte di Toppo, Comune e Provincia entrarono in possesso del legato ed iniziò a decorrere, così, il quinquennio per rendere operativo il Collegio.Ottenuta una proroga di due anni dagli eredi
il 1° ottobre 1900 iniziò la sua attività sotto la direzione del professor Massimo Misani, già preside del Regio Istituto Tecnico di Udine. Nel primo anno ebbe 15 allievi, ma già nel 1904 i 50 posti disponibili erano insufficienti a soddisfare le richieste di iscrizione. Un anno più tardi, grazie a piccoli lavori di ampliamento, i posti disponibili salirono ad 81.
Nel 1909 fu reso esecutivo un progetto di ampliamento. I lavori terminarono all’inizio del 1912 e il collegio, nel 1914-1915 arrivò ad ospitare 137 allievi. Gli ospiti erano ragazzi della provincia e della regione che venivano a studiare a Udine (il 41% dalla Carnia e dal Tarvisiano, il 18% da Trieste e Gorizia), epoca in cui non c’erano mezzi di trasporto adeguati.

Diventa Ospedale

Dal 11 giugno 1915, anno d'inizio dell'entrata in guerra da parte dell' Italia, il Collegio Toppo venne affidato alla Croce Rossa e proprio dall´11 giugno 1915 sino al 27 ottobre 1917 quando, in seguito alla ritirata di Caporetto, vi prestarono servizio, con sacrificio e abnegazione, seguite dall´Ispettrice Costanza di Colloredo, numerosissime crocerossine per colmare le carenze del personale di sanità.
Nell’ottobre del 1917 gli studenti vennero ospitati da altri convitti nazionali.

Ritorno alla normalità
Il Collegio riprese la regolare attività nel marzo del 1919 e venne premiato con medaglia d’oro alle esposizioni didattiche nazionali di Firenze e Cividale. Nel gennaio del 1923 iniziarono nuovi lavori di ampliamento della sede e con la riforma della scuola creò l'Istituto Tecnico di grado inferiore (quattro classi) che iniziò regolarmente le lezioni nell’ottobre dello stesso anno. Negli anni '50 vi furono nuove ristrutturazioni del convitto.
I Rettori

* Dal 1° ottobre 1900 il professor Massimo Misani (già preside dell'Istituto Tecnico dal 1871 al 1920. L'Istituto Tecnico Udinese fu fondato nel 1867 per iniziativa di Quintino Sella, commissario regio).
* Della Bianca
* Carlo Fattorello fu docente e direttore del Collegio.
* Lazzari
* Masutti
* Dal 1948 Ottavio Valerio
I Direttori
dal 1 gennaio 1980 il Toppo diviene Ente Pubblico.

* Dal 1980 Silverio Mestroni
* Dal 1991 dottor Palumbo.

I Censori

“Censore” G.B. Agarinis da Della Bianca, Fattorello, Lazzari, Masutti sino a Ottavio Valerio poi il “Censore” Mander, mediatore sapiente capace e “paterno” con i ragazzi, soprattutto i più piccoli.



Gli anni di Ottavio Valerio

*Rettore Ottavio Valerio
*Economo Carmine Speranza poi Romeo Piva.
*Franca Rotoli Zanussi, per 30 anni segretaria di direzione.
*Capo istitutore dottor Silverio Mestroni.
*In portineria il Sig. Eno Degano
*Istitutori : Luigi Bonanni, Celso Elia, D’Andrea, Odorico, Canciani, Jacumin, Zerbinatti, Ciani, Snaidero, Cher,Selleri, Alfeo Mizzau, Paolo Braida, Bepi Casabellata, Michele Formentini, Michele Piva, Enore Sabbadini, Sergio Gentilini, Romeo Piva.

Il Collegio "apriva" sia a convittori che a semiconvittori. I ragazzi frequentavano scuole esterne al convitto che continuava a garantire e stabilire, come ha sempre fatto fin dall'inizio, il numero dei posti gratuiti e semigratuiti (da attribuire per concorso di merito e conservabili solo da coloro che attendessero con profitto agli studi.)
Continua a perseguire il suo credo educativo che fin dagli anni '30 dichiarava: " All'ordine ed alla disciplina si attende con particolare fermezza, volendo i giovinetti scrupolosi nell'adempimento dei loro doveri, di carattere leale e forte."
Il 26 maggio 1957 si organizzò il primo congresso con tantissimi illustri ex allievi, tra questi Falomo, Zenari, Dukcevich, Masieri, Bruseschi, Bier, Ciceri, Centazzo, Cragnolini, di Porcia, Tosolini, Rizzani, Di Sopra, Zoz, Ardito Desio e la medaglia d’oro Pier Arrigo Barnaba.
I ragazzi delle medie dormivano al primo piano dell'edificio in grandi camerate, mentre i più grandi in stanze da sei, due posti letto con scrivania o camere singole.
Si poteva fare la doccia il venerdì sera ed il pediluvio il pomeriggio chiedone il permesso agli istitutori o alla sera.
All' interno dell'istituto due volte la settimana operava un barbiere in un locale accanto alla sala fumo che poteva essere frequentata solo dai più grandi.
Il taglio dei cappelli era obbligatorio e doveva essere molto corto e con sfumatura alla nuca e alle tempie.
In camerata dopo lo spegnimento delle luci il silenzio doveve essere assoluto.
La sveglia alle 6,30 (Lavarsi,vestirsi,preparare la cartella,sfare diligentemente il letto portando lenzuolo e coperta rimboccate ai piedi del letto riporvi sopra il cuscino) le stanze sarebbero poi state rassettate dal personale.
La colazione alle 7,15 pane, burro,marmellata, biscotti, caffelatte o tea.
7,30 uscita per andare a scuola.
Rientro immediato dalla scuola e adunata nell'atrio poi tutti a mensa: il cibo era vario e abbondante cuoca e cameriere gentilissime ed affettuose. Alla prima campanella ci si accostava alla sedia, alla seconda ci si sedeva alla terza si poteva accostarsi al cibo e parlare con tono molto basso. Era vietato alzarsi, alla successiva campanella si avrebbe riposto il tovagliolo ci si sarebbe messi in fila per uscire dalla sala.
Ricreazione. Si disponeva di un campo da basket,uno da calcio e di un vialetto tra ippocastani con panchine; all'interno si poteva giocare a pig-pong ed al calcio balilla in una saletta prospicente la sala mensa ed i più grandi giocare a carte in sala fumo..
Ore 15 si entrava in aule diverse divisi per età sorvegliati da un istitutore seduto in cattedra al quale ci si poteva rivolgere per aiuto nei compiti scolastici. Quasi tutti gli istitutori erano giovani studenti universitari.
Fatti i compiti, previa autorizzazione dei genitori, si poteva chiedere il permesso d'uscita per un breve passeggio o per frequentare qualche corso esterno.
Alle 19 si cenava ed alle 21 si andava a letto. I vibranti discorsi di Ottavio Valerio (detto il “mago”!) avevano luogo in refettorio o nell’ampio atrio vetrato accanto alla portineria. Tutti, attenti e in religioso silenzio, sotto lo sguardo vigile del censore, di Mestroni e degli istitutori.
Si potevano ricevere telefonate dai familiari e rientrare in famiglia purchè non si fosse in castigo, ricevere e spedire posta.
In cancelleria venivano vendute cartoline in bianco e nero del collegio: la Chiesa, l'atrio, il parco, la mensa, la facciata.
Ogni fine settimana il gemonese pre Pieri Picul - don Londero veniva dal Seminario udinese per incontrare gli allievi.
La domenica mattina, digiuni per la comunione, si saliva lo scalone del palazzo per raggiungere la Chiesetta: la Messa era cantata e servita dagli allievi stessi il pezzo forte del coro era il Salve Regina cantato in latino. Affreschi e decorazioni del XVIII e XIX secolo attribuiti a Tommaso Turk e a Domenico Paghini abbelliscono, come allora, le sale del palazzo e le pareti dello scalone.
Chi non studiava, la domenica non poteva andare al cinema e a Natale era punito con la riduzione del periodo di vacanze a casa. Fino agli anni ’60 tutti dovevano portare la divisa. Nell’anno scolastico 1954-’55 fu acquistato un televisore posizionato in sala fumo (la Tv era nata nel gennaio '54), che veniva anche messo a disposizione degli abitanti del borgo per il telequiz Lascia o raddoppia? del giovedì sera». La visione della televisione venne comunque concessa solo ai diplomandi e raramente. I convittori frequentanti l'ultimo anno di scuola avevano la possibilità di uscire dalle 16 alle 17 e per circa mezz'ora dopo cena.

Negli anni ’60 il boom economico e l’istituzione della scuola media obbligatoria e la dislocazione nei centri più grossi anche di scuole superiori resero sempre meno indispensabile il convitto infatti nel decennio 1963-’73 il numero dei convittori calò del 45 per cento, mentre quello dei semiconvittori raddoppiò. Ai genitori, spesso entrambi impegnati nel lavoro, era più utile un servizio di mensa, doposcuola e ricreazione che impegnasse i ragazzi fino al tardo pomeriggio.
Gli ospiti del convitto erano ragazzi della provincia e della regione che venivano a studiare a Udine (l' 80% ca. dalla Carnia e dal Tarvisiano, il 5% ca. da Trieste e Gorizia ed un 5% ca. figli di emigrati in Argentina o nel Nord America o in Libia).


Gli ultimi istitutori:

Elvio Bulfon,Giuseppe Cescutti, Lucio Hermanseder, Ignazio Ariis, Marino Degano, Francesco Sinelli, Lorenzo Londero, Lorenzo Piana, Natalino Moretto, Loris Candusso e Francesco Sabbadini.

Allievi famosi

Tra gli allievi, lo scienziato Ardito Desio, il campione del mondo di pugilato Primo Carnera e, in tempi più recenti, il presidente dell’Udinese Dino Bruseschi, lo scrittore Carlo Sgorlon ed il poeta Leonardo Zanier.

La storia di Pasqualino Tolmezzo

Il 23 Marzo 1913, giorno di Pasqua, al termine del combattimento di Assaba gli Alpini del Tolmezzo rinvengono tra i prigionieri una donna ferita che tra gli stracci tiene un bambino dalla pelle scura, nonostante le cure alcune ore dopo la donna muore ed gli uomini del Tolmezzo si prendono cura del bambino, il Sergente Maggiore Toldo provvede a far rifocillare l'inatteso ospite a cui dopo varie discussioni è dato il nome di Pasqualino Tolmezzo perché trovato il giorno di Pasqua e in ricordo del battaglione Carnico...(vedi negli approfondimenti).

Arrivano le bambine

Il 1º gennaio 1980 il Toppo diventa ente pubblico, diretto da un Consorzio di gestione, e vi entrano anche le bambine, mettendo fine dopo ottant'anni una tradizione solo maschile.

Il Collegio chiude

Dall’anno scolastico 1981-’82 il convitto viene abolito e l’attività prosegue con soli semiconvittori delle elementari interne (174), delle medie (79) della vicina Ellero e di scuole superiori (14).

La Scuola Elementare di Toppo Wassermann
Chiuse sabato 4 giugno 2005.
Ora ha sede in Via Tolmezzo ad Udine.

Biblioteca dell'Istituto comunale e provinciale di Toppo-Wassermann

Via Gemona, 92 Udine E' chiusa ed i libri che conteneva sono in catalogazione presso la Biblioteca Civica Comunale V. Joppi - Udine

La Scuola Superiore dell'Università di Udine

La sede della Scuola superiore dell’Università di Udine nell'anno accademico 2004-2005 è stato il collegio “Renati” di via Tomadini a Udine. Nell’anno accademico 2004-2005 i 20 allievi che superarono il concorso di ammissione per accedere al nuovo istituto di eccellenza furono alloggiati nelle stanze del Renati, che diventò così la sede “alternativa” della Scuola superiore e ospiterà i ragazzi fino a quando non saranno ultimati i lavori di ristrutturazione del collegio Toppo Wassermann, sede definitiva della Scuola, per i quali il ministero ha stanziato 8 milioni di euro, ad oggi si parla di fine lavori per la fine anno 2011. Dopo il lavoro di ricognizione effettuato dall’ateneo friulano fra i vari collegi udinesi, la scelta cadde sul “Renati”, in quanto l’istituto offriva le condizioni ideali di vitto e alloggio per gli allievi. La partecipazione alla vita comunitaria, infatti, è condizione essenziale per la riuscita del progetto formativo di eccellenza che la nuova Scuola dell’ateneo friulano intende offrire ai giovani.

Bibliografia

*L’Istituto Comunale Provinciale Di Toppo Wassermann nel XXV° anno della sua fondazione - Udine, Tipografia Giuseppe Vatri, 1925, in folio, 126 p., varie illustrazioni, brossura.
*Ottorino Burelli, Il Friuli di Ottavio Valerio


Collegamenti esterni

lunedì 1 febbraio 2010

Ancora quattro chiacchere sul collegio di Toppo – Wassermann

Ancora quattro chiacchere sul collegio di Toppo – Wassermann (Da “La Patria del Friuli”, a. XXVI n. 35, 10 febbraio 1902, pag. 1.)

Fra tanti discorsi, tante diatribe, tante divergenze di vedute ed inchiostroconsumato nella questione del regolamento pel Collegio di Toppo-Wassermann, iocredo sia lecito anche ai Provinciali, interessati quanto i Comunisti di Udine, diriassumere la discussione avvenuta, rilevarne il lato buono, ed esprimere la propriaper quanto modesta opinione sopra i punti di divergenza discussi nel ConsiglioComunale di Udine ed esistenti fra la Commissione incaricata della fondazione delCollegio e le idee predominanti nell’on. Consiglio.Premetto che nel prendere in esame la soggetta questione non ma muove né ira di parte, néinteresse personale, ma puramente il desiderio di veder prosperare un Collegio che è decoro diUdine e della Provincia nostra e che, se bene indirizzato, è destinato ad apportare grandi beneficinel campo della educazione morale e della istruzione intellettuale dei nostri amatissimi figli,verso i quali è nostro obbligo sacrosanto convergere la parte migliore dei nostri affetti e dellenostre cure.Dalla discussione avvenuta in Consiglio, e dalla relazione di quella discussione che la Patria delFriuli colla sua abituale imparzialità, ha fedelmente riportato, si desume che in sostanza tre sonoi punti di divergenza tra la Commissione ed il Comune; e cioè: troppo lusso di arredamento perun Educatorio di graziati; Criterio sbagliato nell’ammissione al godimento dei posti gratuiti; efinalmente personale esuberante e pagato più del bisogno.Troppo lusso, si dice; ma come mai si potevano far affluire al Collegio coloro che devonopagare, se non apparecchiando un decoroso ambiente? Come mai si poteva pretendere che unCollegio di nuova istituzione potesse far concorrenza agli altri fiorenti Istituti Cittadini, se nonallettando i Genitori colla certezza di porre i loro figli in un ambiente sano, ben aereato, benilluminato o riscaldato, in un ambiente in una parola, atto ad impartire ai loro figli unaeducazione quale è reclamata dalle moderne esigenze?In ogni modo, su questo punto si può in parte convenire col Comune. Non altrettanto si può diresul criterio degli otto decimi in media voluti dalla Commissione e combattuti dal Comune per l’ammissione al posto gratuito o semigratuito. Anzitutto, il concetto del Testatore conte di Toppo Wassermann non fu certo quello di creare delle nuove mediocrità che andassero ad aumentare lfalange dei petenti pubblici e privati impieghi, ma quello di procurare ai mancanti di mezzi, difar valere il proprio ingegno e rendersi utili alla Patria, ciò che per lo passato era concessosoltanto ai ricchi. Questa forma di interpretazione mi sembra abbastanza popolare e democratica e mi sembra che sia la vera esplicazione del concetto del Testatore.Secondariamente, l’asserire che per una Provincia di oltre mezzo milione di abitanti sia pretendertroppo che ci esistano 10 ragazzi di condizioni poco agiate che siano capaci di riportare gli 8 decimi in media, è asserire cosa non vera, e affermare cosa poco lusinghiera per una Provinciache si rispetta e che tante belle intelligenze ha date alla Patria. Un terzo inconveniente a cui si vaincontro coll’escludere il criterio degli 8 decimi sarà certamente quello che, dato il casofacilissimo di 30, o 40 postulanti, la Commissione non avrà più criteri direttivi, e nel fare lascelta sorgeranno le ingiustizie, le preferenze non giustificate, e le conseguenti querele elamentele dei rejetti. Ma prescindendo pure da tutto ciò havvi anche una ragione di indole piùelevata a sostegno degli 8 decimi. Di fronte ai ricchi che ci sono là dentro, non è certo fuori diluogo che il ragazzo destinato a convivere con loro abbia in sé una ricchezza intellettuale e unaelevatezza d’ingegno che lo rendano amato e rispettato dai colleghi.Per il padre che ama i propri figli ed è costretto, per dar loro una buona educazione, di ricorrerealla pubblica beneficenza, sarà certo una grande soddisfazione il sapere che il proprio figlio, làdentro, sa far dimenticare la propria inferiorità finanziaria colla superiorità intellettuale, che è digran lunga preferibile e più in pregio agli uomini bene pensanti. E di ciò basti.Riguardo al terzo punto di divergenza tra la Commissione ed il Comune, e cioè alla esuberanzadi personale ed al loro stipendio troppo elevato, egli è certo che se qualche modificazione sipotrà introdurre, essa non sarà, e non dovrà essere, di grande rilievo, ed i pochi vantaggiconseguibili dal Comune saranno sproporzionati al conseguente danno derivabile dalla mancanzadi sorveglianza per deficienza di personale. L’organico è fissato sulla base di 60 Convittori, e quando questa cifra sarà raggiunta (vogliamosperare l’anno prossimo) il personale non sarà esuberante. Quanto agli stipendi fissati pel Rettoree pel Censore, se si consideri che essi devono essere pareggiati ai professori delle scuolesecondarie e se si consideri che il loro sacrificio si estende a tutte le 24 ore del giorno, nonsembra affatto fuori posto che siano ben pagati.Sulla questione del maggior numero dei graziati, ha ragione il Comune. Il detto numero deveessere elevato fino all’esaurimento delle rendite del legato; però se dopo sopperito almantenimento di 10, o 12 piazze gratuite e semigratuite e dopo trattenuto un fondo di riserva peraiutare i ragazzi a compiere la loro educazione, sopravanzasse qualche cosa da erogarsi inaumento di decoro del Collegio, certo non si andrebbe ad urtare colle intenzioni del nobileTestatore, il quale volle legare il proprio patrimonio allo scopo di erigere e far fiorire nella nostraprovincia un Collegio modello, e non una Locanda per giovanetti.Concludo che, secondo il mio modesto parere, sarebbe stato desiderabile una previa intesa, ed unprevio accordo fra la Commissione e la Giunta per le modificazioni da apportarsi al Regolamento, salvo al Consiglio di discutere il Regolamento già apparecchiato, poiché se lapubblica discussione ha avuto il vantaggio di porre in luce l’arte oratoria dei singoli Consiglieri,politicamente è stata dannosa per ragioni facili a comprendersi.Maniago, 7 febbraio G.M.
Da “La Patria del Friuli”, a. XXVI n. 35, 10 febbraio 1902, pag. 1.

mercoledì 27 gennaio 2010

Silverio Mestroni

(Vedi Collegio di Toppo Wassermann)

Silverio Mestroni, classe 1930, nacque a Monfalcone nel 1930 morto a Mereto di Tomba nel 2009.
Educatore prezioso esempio di rettitudine, professionalità e umanità.
Amato e rispettato da tutti i suoi collaboratori e allievi. Fu educatore esperto, uomo di vasta cultura , dai molteplici interessi e dal carattere gioviale. Memoria storica di un’ampia pagina di vita cittadina tanto da essere inserito tra i nomi più illustri recensiti da Mario Blasoni giornalista del Messaggero Veneto.

Vita

Nacque da genitori friulani: suo padre Mamerto, di Mereto di Tomba, aveva un negozio di vestiario e mobili, che vendeva a rate (una novità per l’epoca) la madre Tranquilla una piccola scuola di sartoria. Ben presto la famiglia è tornò a Mereto, causa le conseguenze della grande crisi del 1929, i clienti non pagavano più le rate, così Silverio frequentò le elementari in paese e poi, per otto anni (scuole medie e Zanon) pedalava per 40 chilometri di bicicletta al giorno: "E quando arrivavo in ritardo all’istituto di piazza Garibaldi, la terribile professoressa Bernardinis regolarmente mi interrogava!" ricordava. A vent’anni, studente iscritto a Economia a Trieste, fu istitutore al Collegio di Toppo Wassermann. "Era il 1950 e in via Gemona c’era ancora la roggia e vi passava il tram. Il collegio era all’apice: più di 200 convittori e una cinquantina di semiconvittori. Tra gli istitutori di quegli anni ricordo Alfeo Mizzau, Paolo Braida, il compianto Bepi Casabellata, Michele Formentini di San Floriano del Collio, Michele Piva, Enore Sabbadini, Sergio Gentilini, Romeo Piva (che poi subentrò a Speranza). Andavo a Trieste col treno, per gli esami, avevo solo due giorni di libertà al mese. Era dura, ma il Rettore Ottavio Valerio mi disse: "Se resisti, per te ci sono concrete possibilità". Fu buon profeta. Negli anni ’70 sono divenne infatti vicerettore e nel 1980 direttore (qualifica che ha sostituito quella di rettore quando il Toppo è diventato ente pubblico). Riuscì a laurearsi in Sociologia, laurea tanto necessaria per i concorsi, a Urbino con corsi estivi. Dal 1964 visse nel suo appartamento al sesto piano, nel condominio in fondo a via Gemona in Udine. Fu sempre a disposizione come prezioso consulente, memoria storica dell’istituzione. Trascorse anche molte giornate nella grande casa paterna di Mereto, da lui fatta restaurare, dove amava curare la vigna e il frutteto. Non ebbe figli, ma visse sempre in mezzo ai ragazzi.

Ottavio Valerio

(Vedi Collegio di Toppo Wassermann)

Ottavio Valerio nato ad Osoppo il 4 dicembre 1902 morto il 15 luglio del 1990 è stato una delle più grandi personalità del Friuli del ’900.


Vita

Ottavio Valerio è stato dal 1932 censore nell' Istituto Friulano pro Orfani di Guerra di Rubignacco.
Nel 1948 si trasferì a Udine dopo aver vinto il concorso per Rettore dell' Istituto Comunale Provinciale di Toppo Wassermann.
Nel ferragosto del 1951 fu tra i coofondatori dell'Ente Friuli nel Mondo e ne fu presidente per un ventennio dal '62. Nella Filologica fu uno dei più solerti divulgatori della Panàrie. Da rettore del Collegio di Toppo Wassermann era chiamato dai suoi allievi "il mago", memorabili i suoi vibranti discorsi che avevano luogo in refettorio o nell’ampio atrio vetrato accanto alla portineria del collegio. Tutti, attenti e in religioso silenzio, sotto lo sguardo vigile del censore, di Mestroni e degli istitutori. Fece parte della Consulta friulana di studi regionalistici e del Circolo della stampa di Udine.

Riconoscimenti

Cavaliere, Cavaliere Ufficiale, Commendatore e Grand'Ufficiale della Repubblica Italiana, Medaglia d'argento del Ministero della Pubblica Istuzione per meriti scolastici, letterari, artistici, socio ad honorem dei Lyon's e benemerito con targa e menzione onorifica del Paul Harris Fellow del Rotary.

A Còrdoba (Argentina) gli è stata intitolata l'area verde di via Chisimaio (San Domenico).
Ad Osoppo una via.
Nell' agosto 2007 l'assessore all' Anagrafe del Comune di Udine Franco Della Rossa ha dichiarato che proporrà di legare la denominazione della strada che fiancheggia il polo universitario dei Rizzi collegando ai due estremi via delle Scienze, al fondatore della Società filologica friulana e presidente di Friuli nel mondo.
È stato quasi un simbolo del Friuli: ebbe la cittadinanza onoraria dei Comuni di Flaibano, Forni di Sopra, Rigolato, Rive d'Arcano e Sequals. Fu anche decano del Ducato dei vini friulani. Nel 1956 gli fu attribuito il Premio Epifania, nell'88 il Nadâl furlan.

Ottorino Burelli ricorda la sua azione educativa

Ottorino Burelli ricorda l'azione educativa di Ottavio Valerio nel numero 12 del "Punto" del 15 luglio 1990:
"...Ha educato migliaia di giovani friulani, oggi nuova classe dirigente in tutti i settori e in tutte le professioni. In quel collegio laico, fiore all'occhiello della città di Udine, Valerio ha continuato, trasformandola in caratteristica fondamentale e irrinunciabile, una rettitudine di costume e di determinante processo educativo che forse nessun altro istituto regionale per giovane può vantare. E sempre nel pieno rispetto delle idee di tutti e nella disponibilità più aperta ad ogni tipo di dialogo. Forse è stato questo il suo nascosto segreto di educatore incisivo, mai temuto come autorità, ma sempre capito come responsabile testimone di valori etici di cui la sua vita è sempre stata un esempio quotidiano..."

Una testimonianza controcorrente.

Intervista di M. Chiararia per la rivista del Circolo «G. Bosio» di Roma, I giorni cantati, in corso di stampa.



PERCHÉ/CHE COSA SCRIVI IN FRIULANO ?

D. Tu ha pubblicato diversi libri di poesia e a noi interessava sapere un po' la genesi culturale di queste poesie, considerato anche il fatto che sono poesie dialettali e poesie che trattano diciamo argomenti di storia di cronaca, sulla guerra, sull' emigra­zione, cioè vorremmo che tu ci spiegassi un po' come sei perve­nuto a questo linguaggio, come lo usi, perché lo usi, quali sono le tue finalità ...

R. Ecco, dici la genesi, credo che, anche se non ho riflettuto ancora abbastanza, gli elementi scatenanti siano stati due, forse molti di più, in ogni caso due di sicuro.

Ti dico il primo, come me lo ricordo: nei primi anni '50 ero convittore in un collegio laico di Udine; sono nato in montagna, in un piccolo paese, la scuola superiore più vicina era a 85 chilometri, per percorrerli in corriera ci volevano un'ora e mezza due ore, se c'erano delle grosse nevicate anche di più, andare avanti e indietro avrebbe significato partire con il buio e tornare con il buio. Ero quindi convittore in questo collegio e la retta intera la pagava mio padre, che allora era emigrato in Marocco, anche per questo. Del collegio era direttore un personaggio per molti aspetti interessante che era anche presidente dell'Ente Friu­li nel Mondo, una delle federazioni degli emigrati friulani; i fogolars furlans. Nella sostanza una organizzazione democristiana che manteneva e mantiene, nel bene e nel male, ma oggi non più in situazione di monopolio, alcuni legami tra la diaspora friulana (tra il sentimentale, il folclorico e il clientelare) e la «piccola patria» come loro chiamano il Friuli.

Questo personaggio, andava spesso in giro (dall'Australia a Torino, dall'Argentina a Latina) a parlare e" recitare poesie e filastrocche, in friulano, agli emigrati. Ma poi, in collegio, anche durante la ricreazione, ci vietava di parlare in friulano, cosa che invece facevamo abitualmente e spontaneamente, perché era/è, a tutti gli effetti, la nostra lingua materna.

A noi che seguivamo le sue gesta sul «suo» settimanale Friuli nel Mondo, questa rigidità convinceva poco, anche perché poi spesso faceva venire in collegio il balletto e i cori friulani, organizzava letture di poesie in friulano, che recitava lui stesso, anzi lui era un finissimo dicitore: ci metteva passione, foga, faceva ridere piangere, a modo suo era bravissimo.

La cosa ci sembrava talmente paradossale ed inaccettabile che avevamo inventato tutta una serie dimesse in scena per pigliarlo in giro. Ad esempio quando passava ci mettevamo a cantare delle canzoni friulane tradotte in un italiano maccheronico, se si può dire così, ma sarebbe inesatto perché spesso ci limitavamo a darne un suono o ad aggiungere delle finali italiane, neppure sempre ad italianizzare le parole, ciò ne stravolgeva completamen­te il senso o le privava di senso completamente.

La cosa lo faceva incazzare moltissimo anche perché non prendevamo le canzoni «normali », della tradizione, ma quelle « simbolo» quelle che per lui, che aveva tutta una radice e vernice patriottarda, erano «sacre ».

L'effetto dissacratorio era indubbio, lo capivamo anche noi.

Ma l'episodio più interessante avvenne, nel '64, all'uscita della prima edizione di Libers ... di scugnt la. I compagni di Prato Carnico e di Ovaro, che ne erano gli editori, organizzarono una serata in un Cinema. La gente venne, moltissima. Era stato invitato a leggere le poesie anche il direttore del collegio di Udine ...

Il programma si svolgeva così: un coro locale cantava una canzone che più o meno si adattava o introduceva quello che si sarebbe letto, lui poi leggeva una poesia, un'altra la leggevo io, di nuovo il coro, seguivano letture: lui-io, lui-io, ecc. Più andava avanti più grande era la tensione e incredibile il silenzio. E qui il nostro direttore cominciò a sentirsi a disagio. Le poesie che pur gli erano piaciute, alcune delle quali aveva fatte pubblicare sul settimanale del suo Ente e che anche per conto suo andava leggendo in feste di emigrati e raduni di (ex)collegiali sfuggivano lì al suo controllo.

Credo che, per la prima volta, pensasse che andavano oltre anzi che tradissero, la friulanità e la legittima e assolutamente condivisibile nostalgia per la grande e soprattutto per la piccola patria. Che andassero oltre anche l'altrettanto legittima e opportuna e cristiana necessità di insistere sul fatto che anche l'emigra­to è un uomo e anche sua moglie è una donna e che stando separati non ci guadagnano né in salute né in santità ... ma che tutto ciò, che sarebbe « poesia », se è certamente triste, succede da sempre ed è quindi inevitabile ...

Ma lì la reazione, che certamente era anche di friulani al friulano, di emigrati o ex emigrati o famigliari di emigrati alla loro storia di separazioni, sradicamento, sfruttamento, aveva an­che un segno più preciso e politico, quello che veniva letto era sentito e vissuto come storie loro, diverse da lui; su un piano certamente corale ma di classe: «Alle Arbeiter sind fremdarbei­ter »: tutti i lavoratori sono lavoratori stranieri ...

D. come andò avanti, sia con il direttore che con le tue poesie?

R. Non sapendo come uscirne, provò intanto a distanziarsi, « Questa - dice - leggila tu » anche se toccava a lui. Ma non servì a niente, anzi.

Così ad un certo punto escogitò (anche lui ... ) un trucco per rompere questa tensione, per riuscire a distanziarsi, a cavarsela in qualche modo. Mentre il coro cantava Stelutis alpinis, che è una di quelle canzoni « sacre» lui si alzò di scatto gridandomi: «gli operai hanno insegnato ad ascoltare questa çanzone in piedi ». Ci fu chi rise, gli operai, ci fu qualcuno che si alzò in piedi, si alzò in piedi anche mia madre, sia pur poco convinta, anzi stupita, credo, ma così, per dovuto rispetto al «Signor Direttore». Mio padre rapidissimo le mise le mani sulle spalle e con forza, la fece risedere. Qua e là nella sala successero, fulminee scene analoghe. Rimase praticamente in piedi da solo. Arrabbiatissimo uscì sbattendo la porta. Allora ci fu chi tento di mediare e propose una soluzione stranissima dicendo: adesso che abbiamo sentito la canzone seduti sentiamola un’ altra volta in piedi…>>.

Questo permise da un lato di abbassare la tensione, perché tutti si misero a ridere, e a lui di rientrare con un minino di dignità, ma anche rischiando parecchio, perché ci fu chi propose di buttarlo dalla finestra e ci fu chi gridò: va be’ ma allora sentiamo anche tutte le poesie di Leo in piedi>>.

LeonardoZanier, Sboradura e sanc,Nuova Guaraldi , Firenze 1981, pag. 105-106 e 108-109.'



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Bibliografia.
Leonardo Zanier, Sboradura e sanc,Nuova Guaraldi , Firenze 1981, pag. 105-106 e 108-109.
Mino Biasoni, Ottavio Valerio Voce e anima del Friuli, Comune di Osoppo 2000.


Un ricordo dell'Istituto di Rubignacco
Quando mio padre morì io facevo la terza elementare e ricordo che dopo scuola andavo in una fabbrichetta vicino casa, la Fedele, dove mettevo i listelli di legno al sole perchè asciugassero. Nei pomeriggi facevo questi lavoretti: pulivo, davo fastidio agli operai, mi facevo buttare fuori… Ma io insistevo perché alla sera il padrone mi dava un bel piatto di minestra, che per me era tutto. Così, in qualche modo, ci siamo arrangiati. Mia madre era ossessionata dal non riuscire a fare abbastanza per i propri figli. Nella zona c’era il senatore Della Pietra, una persona modesta, sensibile e attenta, e se qualcuno aveva bisogno di qualcosa poteva rivolgersi a lui senza timori; mia madre riuscì ad avere un colloquio con lui: gli espose la situazione della sua famiglia e lui si interessò al caso. Dopo altri incontri, questa volta anche con me presente, il 27 ottobre del 1937 entrai in un collegio. Si trattava di un collegio vero e proprio, che nel 1938-39 fu considerato il collegio più bello e più grande di tutta Italia: il «Collegio Orfani delle Camice Nere» a Rubignacco di Cividale del Friuli. Malgrado io non rientrassi in questa categoria, era un collegio destinato ai figli di coloro che avevano combattuto e che erano caduti in Africa e Spagna. Non si faceva tanta «scuola», ma tantissima istruzione militare, tante marce, saluti al duce, e ginnastica in cui eccellevo cavandomela. Eravamo circa settecento e gli insegnanti erano brava gente. C’erano una disciplina ed una pulizia ferree e devo dire che questo mi è servito molto in futuro. Ci sono stato dall’ottobre del 1937 al 2 luglio 1942.
Tratto da: "Mi presero che avevo i pantaloncini corti" L'esperienza di deportazione di Arrigo Costantini a cura di Matteo Ermacora.